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Dopo il DPCM del 26 aprile è il momento dell’App IMMUNI.

28/04/2020

Il 26 aprile scorso gli italiani di fronte alla TV per il nuovo DPCM. Ancora nessuna data per l’App IMMUNI. In attesa, guardiamo cosa fanno gli altri Paesi europei.

Le App per Coronavirus e le diverse tecnologie usate

Come abbiamo già accennato in un articolo precedente, il Governo italiano sta lavorando per realizzare un’applicazione per il contact tracing dei positivi al Coronavirus. In ogni Paese colpito, in Europa e nel resto del Mondo, stanno nascendo app simili ad IMMUNI.

Le tecnologie utilizzate sono diverse.

Le tre considerate sono il GPS (Global Positioning System), il QR (Quick Response) Code e il Wireless Bluetooth. La questione più delicata riguarda se avere o meno visibilità della localizzazione dei cittadini, per alcuni contraria al rispetto della privacy, per altri fondamentale per un tracciamento serio ed efficace. La tecnologia con Bluetooth permette di evidenziare la vicinanza tra due persone ma non dove questo avvenga. Non tutti gli smartphone poi sono uguali e non tutti sono equipaggiati con la tecnologia adeguata. Alcuni smartphone evidenziano il segnale fino a 30 metri ma non sono in grado di determinare la distanza esatta. Al contrario, eventuali interferenze possono impedire a due device di parlarsi entro i 2 metri.


Per quanto riguarda la famigliarità con questa tecnologia, circa il 25% degli smartphone non sono dotati dello standard Bluetooth Low Energy richiesto da Google e da Apple; altri device ancora non hanno accesso agli store di Apple o di Android. E il fattore human non aiuta: anziani o popolazione poco digitalizzata non useranno l’app.

Il traguardo della soglia minima del 60% della popolazione perché i dati rilevati siano utili è dunque a rischio.

Dalla norvegese Smittestopp al braccialetto del Lichtenstein: l’Europa a caccia del virus

La diffusione del Coronavirus è diversa da Paese a Paese, ma ha comunque colpito ovunque. Tutti gli Stati si sono mossi attraverso una propria task force per realizzare l’applicazione più adatta. Nella maggior parte dei casi le App già attive sono quelle con gli ultimi aggiornamenti e info utili. Quelle di contact tracing (come IMMUNI) sono ancora agli inizi o in progress.

Il Governo NORVEGESE sta testando Smittestopp (“Stop alle infezioni”), che è stata scaricata in 3 giorni dal 60% per cento della popolazione (l’obiettivo era raggiungere il 50%). Come Immuni, usa il Bluetooth, ma usa anche il GPS e i dati vengono raccolti in modo centralizzato. Il codice è visionabile ma non riutilizzabile, così da evitarne l’uso per secondi fini. Poche le polemiche da parte dei norvegesi, e tanta fiducia nelle istituzioni.

L’App OLANDESE si chiama Covid19Alert! e non è partita con il piede giusto. Ha infatti subito un “data breach”: 100-200 nomi, e-mail, password criptate sono state rese pubbliche, anche se l’errore umano è stato risolto in meno di un’ora. Gli sviluppatori hanno invitato le persone che hanno usato l'app ad eliminare i dati memorizzati ed è stato anche informato il Garante privacy olandese.

La Danimarca lancerà nelle prossime settimane un’app Bluetooth, sviluppata da Netcompany, con un raggio di azione di 2 metri. I dati saranno accessibili solo in modalità aggregata e anonima.

Un Paese europeo colpito tanto quanto l’Italia è stato la Spagna dove è stata creata l’App Asistencia, grazie alla collaborazione di più attori, tra i quali Telefonica e Ferrovial. Almeno per ora, così come accade per l’app di Protezione Civile AllertaLOM in Lombardia, l’app ha solo un valore informativo e aiuta chi la scarica con aggiornamenti in tempo reale, così da non sovraccaricare le linee telefoniche della Protezione Civile.


Nel Lichtenstein, forse per ovviare al problema della popolazione poco digitale, è in corso uno studio su base volontaria che coinvolge oltre duemila persone tra i 33 e i 52 anni per l’utilizzo di un braccialetto elettronico che monitora la salute. Se la versione beta darà buoni risultati, l'esperimento verrà esteso al resto della popolazione.


Fuori dall’Europa: l’esempio di Australia e Nuova Zelanda

L’Australia e la vicina Nuova Zelanda sono fino ad ora riuscite a tenere sotto controllo la diffusione del Coronavirus. I funzionari pubblici di entrambi i Paesi si vogliono però tutelare e continuano a preoccuparsi del rischio di un possibile ritorno e di nuovi focolai.  È per questo che domenica scorsa in Australia è stata lanciata l’App COVIDSafe, basata sul software TraceTogether di Singapore, utilizza il segnale Bluetooth

IMMUNI in Italia: a che punto siamo?

Il Ministro Giuseppe Conte alla conferenza stampa del 26 aprile per il nuovo DPCM non ha mai nominato IMMUNI. Non si tratta di uno stop. Al contrario, sta per partire la fase beta: sono state scelte alcune regioni e un numero di cittadini italiani per un periodo di test. Se tutto andrà bene, sarà possibile scaricare l’App da parte di tutti probabilmente già da metà maggio. La tecnologia usata sarà quella del Bluetooth, e una volta scaricata l’app sullo smartphone, genererà un ID e raccoglierà anche i dati di altri ID entro un raggio di 4/5 metri. L’alert di pericolo partirà nel momento in cui l’applicazione evidenziasse la presenza di ID con sintomi da Coronavirus o ID conclamati positivi.

La sicurezza dei dati e della privacy verranno assicurati da un sofisticato sistema GDPR compliant; inoltre i nostri dati verranno pseudonomizzati (verremo cioè identificati con un codice e non con un nome) e saranno decentralizzati, rimarranno cioè sul nostro device, seguendo così il modello indicato da Apple e Google. Il codice verrà quindi generato dal device e non dal server.

Ad oggi non viene considerato l’uso del GPS e quindi della localizzazione dell’utente.

Pan-European Privacy Preserving Proximity Tracing (Pepp-Pt): la proposta di un’App comune per tutta l’Europa

In parallelo alle app in fase di realizzazione o già in uso nei singoli Paesi europei, è in fase di test già da tempo a Berlino un nuovo software europeo che incorpora garanzie per crittografare i dati e anonimizzare le informazioni personali. Ogni incontro a distanza critica, durato più di qualche minuto, viene memorizzato e crittografato sul telefono per 21 giorni.

I membri del progetto, finanziato da donazioni, includono istituti di ricerca e aziende con sede in Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Svizzera e Spagna. Per l’Italia, i rappresentanti sono la Fondazione Isi di Torino e la Bending Spoons, lo sviluppatore appunto di IMMUNI.



La sfiducia nei confronti delle applicazioni per il Coronavirus, molto forte soprattutto in Italia, è ingiustificata e soprattutto paradossale. Mentre regaliamo ogni giorno informazioni su di noi ai Social e ai Giganti del web, protetti solo parzialmente dal GDPR, l’Italia guarda con sospetto l’arrivo di IMMUNE, che invece servirà a raccogliere informazioni semi-anonime e soprattutto sarà uno strumento fondamentale per arginare il Covid-19 nel nostro Paese.