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We are (the) with Robots!

08/02/2018

“We are the robots” cantavano i Kraftwerk alla fine degli anni ’70. Ma chi sono i robot di oggi?

History repeating

Adesso i robot ci ruberanno il lavoro!” In realtà, dobbiamo risalire alla Rivoluzione industriale per parlare di macchine che sostituivano, anche se solo in parte, il lavoro degli uomini, e al XII secolo se vogliamo parlare di catena di montaggio. L’Arsenale di Venezia era infatti considerata una delle migliori “fabbriche” navali dell’epoca: la nave veniva fatta passare su di un canale ai cui margini diversi lavoratori aggiungevano ad ogni tappa un nuovo pezzo, arrivando così ad assemblare una nuova nave in un giorno solo.

Con la Rivoluzione Industriale, l’introduzione di macchine cambiò il modo di produrre. Prima, ogni artigiano faceva la sua parte nel processo e i pezzi venivano messi insieme per portare al prodotto finito, che era sempre un pezzo unico. Dopo, soprattutto con Ely Whitney in America, le macchine iniziano a costruire in serie pezzi tutti uguali, permettendo così prezzi più bassi e rendendo la sostituzione dei pezzi di ricambio più facile. E riducendo anche il bisogno di personale.

Per arrivare ai nostri robot, la General Motors iniziò ad usarli nella catena produttiva già dagli anni 60’, cioè più di mezzo secolo fa.

Ma come sono cambiati i robot rispetto agli anni 60’? Non sono gli androidi pseudo-umani dei film di fantascienza, ma piuttosto robot con forme diverse a seconda del loro utilizzo. I robot del XX secolo erano delle braccia meccaniche che coadiuvavano gli operai nelle fasi di assemblaggio. Quelli del XXI secolo assolvono anche ad uno scopo più commerciale (self check-out al supermercato, robot addetti al magazzino, macchine che fanno hamburger nei fast food filippini.



Anche l’era dei robot un po’ stupidi e comunque dipendenti dall’uomo verrà superata dalla nuova rivoluzione industriale, un mix di computer potenti e a basso costo, banda larga super veloce e intelligenza artificiale. Questo porterà a robot più evoluti, maggiore sensibilità e capacità comunicative, adattandosi così al loro utilizzo in vari settori, rendendo più facile un loro contributo autonomo, indipendente dall’uomo e monitorato a distanza.


La quarta Rivoluzione industriale, Christoph Roser, CC BY-SA


Ogni macchina produrrà un numero incredibile di dati che verranno raccolti e studiati usando ciò che viene definito “big data analysis”. Per le piccole e medie aziende, l’Industria 4.0 permetterà di usare robot meno costosi e più facili da utilizzare, adattandoli anche per lavori diversi e futuri.

Simile al big data analysis, seguirà il deep learning, anche questo come il precedente srfutterà i dati per fare un’analisi dei processi ma in più modificherà in tempo reale la decisione del robot di fare o non fare una cosa. Il giro di boa sarà poi l’utilizzo della A.I. alla produzione, con l’utilizzo di microchip chiamati GPU (Graphical Processing Units) che potranno utilizzare una mole ancora più grande di dati.

In teoria, questo significherà dare il lavoro noioso e ripetitivo ai robot e i lavori creativi e più qualificati all’uomo. Ma nella pratica, significherà un alto tasso di disoccupazione nel mondo industriale, e questo porterà a tassare anche i robot, come se fossero normali contribuenti.

Robot: per noi, con noi o contro di noi?

Viviamo un momento di profonde trasformazioni tecnologiche. Le macchine che una volta apparivano solo nei film di fantascienza e che come tali rappresentavano una fiction, sono ora nelle nostre vite. Auto con piloti automatici; robot che lavorano in ospedali e cantieri, e persino in Walmart.

Ma ci saranno delle sfide da affrontare, perché, per quanto ancora oggi non sia chiaro in cosa consisterà la  robot revolution, la cosa certa è che SI FARÀ.

Guang-Zhong Yang, della Imperial College London, riassume con questo schema il futuro della robotica:


Partiamo dalla parte puramente fisica: la maggior parte dei robot sono ancora oggi strutture rigide e più simili a macchine che ad esseri umani, questo per una questione legata ai materiali e ai costi, sia HW, sia di ricerca e di tempo. Come afferma Yang, “invece di guardare al contenitore, è importante imitare la natura nei suoi meccanismi, spesso perfetti.”

I robot stanno però diventando più “affettuosi” (vedi approfondimento successivo, “Una donna-robot molto speciale: Sophia”) è più soft, questo per rendere l’interazione con gli umani più facile e friendly.

Si chiama BIOMIMETICA, prendendo dalla Natura e dal corpo umano la parte più sensibile ma evitando quella più fragile, più debole. Molto interessante il caso del robot Cassie, che del corpo umano ha tenuto solo la struttura degli arti inferiori, anzi, forse più simile alle zampe di un uccello. Questo robot nasce dai fallimenti di robot con un corpo completo, che tendeva però ad essere poco stabile. Quindi, perché imitare per intero il corpo umano quando il robot funziona meglio con le sole gambe?

Anche l’uso degli algoritmi aiuterà l’utilizzo dei robot: pensiamo per esempio a centinaia, a volte migliaia di robot di dimensioni ridottissime che devono lavorare insieme per gestire il raccolto.

Ma forse la sfida più affascinante è quella dell’interazione dei robot con gli esseri umani (“Human-robot interaction”), soprattutto quella che riguarda la parte emotiva e fisica. Se per esempio un’industria per giocattoli vuole distribuire un robotic doll, si può “amare” un robot se non è in grado di contraccambiare? Di certo, la maggior parte della human-robot interaction sarà più facile ed innocente: i chirurghi per esempio lavorano già con i robot (il sistema da Vinci, per esempio) ma il loro lavoro sarà sempre più diffuso, soprattutto su lavori standard come quello di mettere i punti al termine di un’operazione.

Nessuno, nel futuro prossimo, “sfuggirà” al coinvolgimento con i robot: hardware, software, etica, sicurezza, interfacce, … tanto da fare e tanti mondi coinvolti che lavoreranno insieme.

Una donna-robot molto speciale: Sophia.

Nata ad Hong Kong, nella sede della Hanson Robotics e cittadina saudita, Sophia vive da star e parla all’ONU. In questo video, la vediamo presentarsi, assieme ad uno dei due creatori, al WebSummit di Lisbona.



E come tutti i replicanti (che non ha visto Blade Runner?) ha 11 sorelle. Il suo nome significa “sapienza” in greco antico. A 3 anni parla già l’inglese; risponde alle domande e ne fa; riconosce persone e situazioni. Programmata in un certo modo, grazie agli algoritmi, gode di una certa autonomia. Con 2 microcamere nell’iride, 65 espressioni facciali e un cervello connesso a Internet, Sophia è sicuramente l’umanoide più evoluto dei nostri tempi.

I due creatori? Il primo è David Hanson, artista e designer, fondatore di Hanson Robotics; il secondo, Ben Goertzel, brasiliano, è colui che ha fornito un cervello a Sophia. Con la sua SingularityNet (https://singularitynet.io/ ), Ben si pone l’obiettivo di creare una piattaforma che metta a disposizione di tutti l’evoluzione della robotica.

Mazinga Zeta diventa infermiere: il caso giapponese

Il Governo giapponese deve affrontare il fenomeno dell’invecchiamento della società e la conseguente diminuzione di personale infermieristico e assistenzialistico. Alcuni developer giapponesi hanno sviluppato dei robot con poche ma chiare funzioni: aiutare gli anziani ad alzarsi dal letto, accedere ad una sedia a rotelle, a coricarsi e ad entrare e uscire dalla vasca da bagno. Il dottor Hiroshima Hirukawa, direttore del centro di ricerca robotica del National Institute of Advanced Industrial Science and Technology giapponese, ritiene che l’introduzione di robot tra gli anziani non rappresenti un impoverimento relazionale ma al contrario permetta una maggiore autonomia degli anziani che vivono ancora a casa. Hirukawa aggiunge che ci sarà sicuramente un’iniziale resistenza psicologica di anziani e pazienti, che verrà comunque superata con un aiuto psicologico da parte di personale specializzato.

A pensarci bene, è più facile farsi accompagnare e aiutare da un robot che da uno sconosciuto.