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Tra bit e atomi: mappa dei FabLab italiani

01/11/2016


I fabrication laboratory censiti sono 116. Da nord a sud, fanno convivere analogico e digitale, artigianato e tecnologia. Operano con formule e in settori molto diversi. Ma con un obiettivo comune: cambiare il mondo della produzione.

 

I FabLab sono un assemblaggio, sin dalla parola: un po' fabbrica e un po' laboratorio. Sono spazi nei quali inventare e costruire. Ma guai a definirli solo come garage dove sviluppare prototipi. I FabLab sono il punto d'incontro tra bit e atomi, come ripetuto spesso dal loro “padre”, il professore del Mit Neil Gershenfeld. Una rete che porta avanti l'idea di un mondo nel quale chiunque, grazie alla tecnologia, potrà costruire qualsiasi cosa (o quasi) con le proprie mani. Non a caso, uno dei testi di Gershenfeld s'intitola Fab: The Coming Revolution on Your Desktop, ossia “la prossima rivoluzione sulla tua scrivania”. Sottotitolo: “Dai personal computer alla fabbricazione personale”. Utopia? La strada è lunga. Ma intanto i FabLab crescono.

I numeri dei FabLab italiani

Un report del Censis e di Make In Italy ha individuato 116 realtà. Due anni fa erano 100. Numeri di una storia molto breve. Il primo FabLab italiano ha aperto il 14 febbraio 2012, a Torino. L'universo italiano è frammentato. Sei province hanno almeno quattro strutture (Milano, Roma, Bologna, Napoli, Modena e Treviso) ma una su tre non ne ha nessuna. È complicato essere uniformi quando la spinta parte dal basso. I FabLab, come dice il report, sono infatti “un fenomeno spontaneo”. Lo confermano i dati: due volte su tre, sedi e risorse sono private. I Fablab sono radicati in un territorio e vivono grazie a una community. Non è un caso che i gestori intervistati dal Censis indichino come partner ideali le istituzioni locali (in otto casi su dieci).

Dal design alla cucina

Una comunità, spazi popolati da persone e macchine, impatto sul territorio. Queste sono le costanti. Ma il modello si declina in sfumature diverse per grandezza, business, complessità. Un laboratorio può reggere grazie al sostegno pubblico, può guadagnare con i propri prodotti, con la gestione degli spazi oppure promuovendo attività di formazione.

Ci sono FabLab che vivono in palazzi storici, come Hub.Dxf, a Giugliano. E altri, come il FabLab Torino, costruiti in ex stabilimenti industriali. Quello di Imola ha sede in una scuola pubblica, l'Istituto Tecnico Industriale Alberghetti, a confermare la vocazione divulgativa. Il FabLab Affari Puliti ha portato le stampanti 3D in una villa sequestrata alla mala del Brenta.

Se poi si guardano le strutture alla luce di quello che fanno, le sfumature si moltiplicano. Il Mediterranean FabLab di Cava de' Tirreni è stato il primo del sud Italia. Si definisce “un hub di processi creativi che punta su progetti di architettura e smart cities”: fonde atomi, bit e design. Nel centro storico di Firenze c'è Lofoio. Il progetto mette insieme “artigiani, creativi e smanettoni”, integra il lavoro digitale con quello di bottega, promuove corsi e workshop, dalla sartoria al fai da te. Il FabLab di Lecce affianca gli spazi dove si martella e si progetta con quelli di un coworking e di un incubatore. A Reggio Emilia e Bologna opera Officucina, uno spazio per la food innovation, dove si mescolano utensili classici con laser, sensori, stampanti 3D. In mezzo a questa varietà, ci sono i primi tentativi di dare ordine alle differenze. Come nel caso di Mak-er, la prima rete italiana di FabLab, nata per far dialogare i nodi del sistema emiliano e promuovere “un processo regionale di crescita intelligente”.

Il futuro tra pubblico ed economa

I FabLab stanno uscendo dal circolo degli iniziati digitali. La Maker Faire Rome 2016, la manifestazione che porta le tecnologie a contatto con il pubblico, ha avuto 110mila presenze in tre giorni. La grande sfida è trasformare i FabLab in modello economico. Le potenzialità non mancano, perché i maker si pongono all'incrocio tra due mondi che sono, allo stesso tempo, esigenza e opportunità: manifatturiero e digitale.

L’Industrial compact dell'Ue punta a far crescere l’incidenza della manifattura sul Pil dall'attuale 14,6% al 20% entro il 2020. L'Italia, che nel corso della crisi ha perso 55mila imprese, deve ripartire. Così come deve crescere l'alfabetizzazione digitale. Secondo il Digital Economy and Society Index della Commissione europea, siamo solo 24esimi per digital skill. Ecco perché i FabLab non sono solo laboratori.