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Ottimismo ed exit: cosa si aspettano le startup nel 2017

09/01/2017


Più ottimisti, convinti di poter diventare unicorni. Ma non immuni dall'idea che il mondo della startup sia in una bolla. Sono i fondatori intervistati da First Round per stilare lo State of Startups 2016. Il report scatta una foto dell'ecosistema. E abbozza la disposizione dei suoi protagonisti verso l'annata che si è appena aperta. Il 2017 riassunto in 10 punti.   

Rischio bolla - Nel 2015, il 73% degli startupper era convinto di essere in una bolla: il mercato sovrastimava il reale valore economico delle giovani imprese. Quest'anno la percentuale si è abbassata (e di molto): 57%. È il segno di una fiducia crescente e della percezione di un ambiente più maturo. Anche se gli startupper convinti di vivere in una bolla restano ancora la maggioranza. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?   

È il momento giusto – 9 fondatori su 10 pensano che sia il momento giusto per lanciare una startup. La statistica pare in contraddizione con la precedente. Ma lo è solo in parte: più della metà degli startupper che percepiscono una bolla afferma che comunque “non scoppierà a breve”. C'è quindi il tempo di crescere e sfruttare l'onda positiva. 

Ottimismo – L'ottimismo è uno dei caratteri fondanti degli startupper. La conferma arriva anche dalla convinzione che la propria impresa diventerà un unicorno, cioè una società valutata più di un miliardo di dollari. Ne è certo un fondatore su cinque. Le statistiche dicono altro: gli unicorni saranno molti meno. L'eccesso di ottimismo è la benzina giusta o un limite?

Opportunità exit – Che il 2017 possa essere un anno positivo lo conferma anche un'altra statistica. Il 43% degli intervistati è convinto che il numero delle Ipo aumenterà (contro il 33% dello scorso anno). La quotazione non è l'unica opzione: 3 startupper su 4 prevedono un incremento di fusioni e acquisizioni. In pratica si ampliano le prospettive di exit (e quindi di profitto) per startup e venture capital.

Investitori sempre più potenti – Gli startupper indicano una tendenza: il pallino delle trattative (e delle strategie) è sempre più saldamente nelle mani degli investitori. Si tratta di una traslazione di potere: in passato, afferma il 61% degli startupper, il potere era nelle mani degli imprenditori. In futuro, dicono due intervistati su tre, saranno gli investitori a gestire il gioco. 

Sogno Alphabet – Se potessi scegliere, quale società vorresti che acquistasse la tua startup? È questa la domanda fatta da First Round. La risposta va in direzione dei grandi gruppo: nell'11% dei casi è Alphabet, la holding che controlla Google. Seguono, tra il 5 e il 4%, Facebook, Amazon e Salesforce. 

Meglio il talento del fatturato (pe ora) – Buoni propositi per il prossimo anno: ingaggiare le persone migliori. La ricerca del talento è la priorità assoluta per le startup intervistate. Un obiettivo primario anche rispetto alla ricerca di nuovi clienti alla crescita del fatturato. 

Settori (troppo) chiacchierati – Ci sono settori di cui si parla troppo rispetto al loro reale impatto. E altri che, al contrario, sono sottostimati. Ai primi, secondo il report, appartengono Bitcoin, bot, wearable e sharing economy. Ai secondi, invece, agtech, life science e security. Non significa che i primi siano peggiori di questi ultimi, ma solo che hanno una visibilità sproporzionata.

Nessuno come Musk – Un modello al quale ispirarsi per il futuro? C'è un trionfatore: Elon Musk, fondatore di Tesla e Space X. Il 23% degli intervistati lo hanno indicato come l'imprenditore che ammirano di più: una percentuale enorme se si considera che la lista indicata da First Round comprendeva 125 nomi. Alle sue spalle, Jeff Bezos di Amazon (10%), Mark Zuckerberg di Facebook (6%) e Steve Jobs di Apple (5%) sono lontani.

Problema sessismo – Il mondo del tech ha un problema: le donne sono ai margini. Anche le startup intervistate lo confermano: il 61% dei board è composto da soli uomini. I due sessi, però, guardano alla questione da punti di vista differenti (e propongono quindi soluzioni diverse). Per gli uomini il problema principale riguarda il numero esiguo di donne con una formazione tecnologica. Per le donne, invece, il fattore più incisivo è la presenza di “pregiudizi inconsci”.