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London Calling - I reportage di TIM OPEN nel mondo: Israele

02/10/2018

Startup Nation, un miracolo economico inarrestabile.

Ashalim Projetc, la torre solare che realizza i sogni di Ben Gurion

Ci troviamo nel Sud dell’Israele, deserto del Negev. Una luce accecante in pieno giorno attira la nostra attenzione, pensiamo all’arrivo dei marziani, all’invasione degli alieni. Chiediamo a dei soldati dell’esercito israeliano che cosa sia quella torre luminosa. “è l’Ashalim project, la torre solare.”

Nonostante l’Israele sia un paese assolato per la maggior parte dell’anno, per anni la sua economia energetica si è basata su combustibili fossili, a causa di problemi di tipo burocratico che hanno ostacolato la ricerca sulle energie rinnovabili.

Ora l’industria che produce energia solare sta facendo passi da gigante per colmare questo gap, e uno dei suoi simboli è la centrale solare di Ashalim, la torre di energia solare più alta al mondo (250 metri di altezza) e i suoi 50.000 eliostati (specchi solari), con una potenza di 121 megawatt per una produzione giornaliera pari a 300 megawatt. L’obiettivo è quello di passare dall’attuale 2,5% di energia solare prodotta in Israele al 10% entro il 2020.



L’ Ashalim Project è attualmente circoscritto a tre terreni, con un quarto in arrivo, ognuno di loro con una diversa tecnologia solare. Le torri solari usano un metodo diverso da quello dei classici pannelli solari fotovoltaici, che trasformano i raggi solari direttamente in elettricità. Ad Ashalim migliaia di specchi riflettono l’energia solare verso la torre, riscaldando un boiler dove l'olio raggiunge temperature elevate, creando vapore per alimentare una turbina che genera energia elettrica.


L'impianto utilizza una combinazione di innovazioni israeliane e straniere testate sul campo: gli specchi vengono importati dalla Spagna, il petrolio dagli Stati Uniti e le tubature isolate sono fabbricate da una società di Beit Shemesh.

L’energia prodotta è sufficiente per dare energia a 120.000 case, ci sono 110.000 tonnellate in meno di CO2, 1000 posti di lavoro (circa 300 degli oltre 1.000 impiegati provengono dal vicino villaggio beduino di Bir Hadaj).

"Penso che Ben Gurion* si stia rivoltando nella tomba, ma per la gioia!", commenta Eran Doron, capo del consiglio regionale Ramat Hanegev nella cui giurisdizione si trova Ashalim.

* David Ben Gurion (1886-1973) è stato un politico israeliano, fondatore di Israele e prima persona a ricoprire l'incarico di Primo ministro del suo Paese. Il suo corpo è seppellito nel deserto del Negev, nel kibbutz di Sde-Boker.


Startup, innovazione e ultraortodossi: l'Israele ad una svolta epocale?

In Israele il servizio militare è obbligatorio, sia per gli uomini che per le donne (rispettivamente 36 e 24 mesi). Gli ebrei ultraortodossi sono esentati. Entro aprile 2019 il governo israeliano guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu dovrà rispondere alla sentenza della Corte suprema israeliana, che nel settembre 2017 dichiarò incostituzionale la legge che garantisce l’esenzione al servizio militare per gli uomini ebrei ultraortodossi. La Corte diede al governo un anno – quindi fino al settembre 2018, ora slittato ad aprile 2019 – per modificare la norma e renderla compatibile con la Costituzione. Il problema è che il governo Netanyahu ha una maggioranza molto risicata in Parlamento (66 seggi su 120 totali) e sta in piedi solo grazie all’appoggio di alcuni partiti ultraortodossi, che si oppongono in maniera netta a qualsiasi modifica alla legge sull’esenzione dal servizio militare obbligatorio. 

Le famiglie ultraortodosse con 8-10 figli non sono inusuali, e secondo alcune stime entro il 2030 almeno un israeliano su cinque sarà ultraortodosso: questo influenzerà non solo la loro l'approccio al servizio militare, ma più in generale il mondo del lavoro e il PIL nazionale (una buona parte degli ultraortodossi non lavora e riceve sovvenzioni dallo stato israeliano).

 

Cosa c'entra con le startup? Gli ultraortodossi rifiutano buona parte della contemporaneità. Ora però la loro crescita demografica obbliga il Paese a coinvolgerli, non solo nel servizio militare - che è comunque la prima forma di networking e uno spazio dove su digitale e cybersecurity si investe molto, per esempio nella divisione 8200 - ma anche nella rivoluzione digitale, tentando quello che sulla carta sembra impossibile. 

In Israele ci sono 6500 startup e oltre 330 centri di grandi multinazionali, quasi tutte a Tel Aviv (la metà del prodotto interno lordo israeliano viene da qua). Lo scorso anno, grazie ad acquisizione starniere di aziende hi-tech, sono piovuti 23 miliardi di dollari. Mobileye, comprata da Intel per 15 miliardi, detiene il record; Google per Waze sborsò 1,3 miliardi di dollari.


Se non si risolve questo nodo, la città di Tel Aviv rischia di spaccarsi fra ricchi e poveri, fra religiosi e minoranze da un lato e la sempre più danarosa comunità hi-tech dall'altro. Per questo Efrat Makin-Knafo, Chief Resilience Officer dell'amministrazione di Tel Aviv, sta cercando di coinvolgere gli ultraortodossi nel movimento delle startup, aprendo spazi di coworking e offrendo corsi gratuiti di formazione.

Moshe Friedman la pensa come lui. Ed è un ultraortodosso. A capo di Ampersand, ha creato uno spazio di lavoro collettivo, in un quartiere ai margini di Bnei Brak, quartiere ultraortodosso. Qui sia gli uomini che le donne possono accedere al digitale in un ambiente consono alle loro tradizioni.