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La riscoperta dell'hardware passa dal software

12/12/2016

 

Facebook ha aperto il suo FabLab, Google ha presentato cinque nuovi dispositivi e Snapchat è diventata una “camera company”. L'hardware è tornato protagonista.

 

I grandi gruppi hanno riscoperto il piacere di costruire. “Hardware” è una delle parole che ha contraddistinto investimenti e acquisizioni nel 2016. Una tendenza affermata con forza da Google, Facebook e Snap (la società che controlla Snapchat). E confermata anche dai venture capital, che stanno puntando sempre di più sulle startup capaci di produrre nuovi dispositivi.

 

Google ha dato una svolta al proprio business con l'evento dello scorso 4 ottobre. Protagonista  l'hardware, sin dal titolo: “Made by Google”, cioè “fatto” da Big G. Un verbo non casuale, legato alla presentazione di ben cinque nuovi dispositivi. I Pixel sono smartphone di fascia alta, che (dopo la gamma Nexus) costituiscono il primo vero passo di Mountain View sul terreno di Samsung ed Apple.  Se Chromecast Ultra è l'evoluzione di un prodotto già sul mercato (il kit per la smart tv), le altre tre soluzioni sono nuove di zecca. Google Wifi è un sistema che punta a una copertura più uniforme degli spazi, trasformando il router casalingo in un oggetto di design. Daydream View è un visore per la realtà virtuale ben più evoluto del Cardboard. E poi c'è Google Home, l'assistente domestico che coordina gli oggetti della smart home. È il prodotto che meglio sintetizza la tendenza in corso: hardware sì, ma in un senso nuovo. Google Home, come il suo concorrente Amazon Echo, è animato dall'intelligenza artificiale. Apprende le abitudini, conosce i gusti, gestisce non solo oggetti ma anche informazioni. E ne ricerca di nuove. L'hardware, quindi, non è una semplice scatola. La sua evoluzione è stata definita con chiarezza da Rick Osterloh, vice president di Google: “Il futuro è l’intersezione di hardware e software con l’intelligenza artificiale al centro”.

 

È più o meno la stessa idea di Ben Einstei, fondatore di Bolt, un venture capital che investe solo in startup del settore: perché un prodotto hardware abbia un successo duraturo non deve essere replicabile. E per mettersi al riparo dalle imitazioni deve diventare “il cavallo di Troia del software”. Cioè il vettore che, grazie alla facilità di utilizzo, porta software innovativi (e intelligenza artificiale) nelle nostre case.   

 

Gli investitori stanno assecondando il trend: il primo semestre 2016 ha registrato 120 round oltre il milione di dollari in startup dell'hardware. Con una cifra complessiva che supera, per la prima volta, i 150 milioni. Negli ultimi due anni sono fioccate le exit, con molte acquisizioni di peso e alcune Ipo. Square, Fitbit e GoPro sono approdati in borsa (anche se, per ora, con risultati discutibili). Google ha sborsato complessivamente 3,7 miliardi per conquistare Nest (produttore di dispositivi per la smart home) e DropCam. Apple ha speso 3 miliardi di dollari per le cuffie (e non solo) di Beats. Facebook altri 2 miliardi per i visori di Oculus VR.

 

Se la Mela è, geneticamente, legata all'hardware (Mac, iPhone, iPad, iPod), diverso è il percorso di Facebook. Nato come social network, si sta espandendo nel campo dei dispositivi che si fabbricano e si toccano. I visori per la realtà virtuale (definita da Zuckerberg “la prossima grande sfida” di Facebook) sono l'espressione più nota di una strategia organica. Che passa da satelliti e droni, per ampliare la connettività, e dallo sviluppo interno di nuovi prodotti. Per questo Facebook ha acquisito la startup Nascent Object e inaugurato, a Menlo Park, l'Area 404, una sorta di gigantesco FabLab dedicato esclusivamente all'hardware.

 

Anche Snapchat sta affrontando lo stesso percorso di diversificazione. La società fondata da Evan Spiegel è diventata un gruppo che punta a fare dell'app solo una delle fonti di business. Ha cambiato nome in Snap Inc. e (contemporaneamente) ha lanciato gli Spectacles, occhiali con fotocamera integrata per girare e condividere mini-clip. Spiegel apre così a un nuovo settore: Snap, nato social, si definisce adesso una “camera company”.