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Donald Trump alla Casa Bianca: che cosa cambia per l'innovazione

07/02/2017


Il rapporto tra Donald Trump e i grandi gruppi tecnologici è quantomeno controverso. In pochi mesi, sia durante la campagna elettorale che nei primi giorni del suo mandato, il presidente degli Stati Uniti ha alternato strappi e tentativi di ricucire i rapporti con il gotha dell'innovazione.

 

Trump contro Apple e Amazon

Durante le primarie repubblicane e la corsa contro Hillary Clinton, Trump ha usato i toni forti. Due, in particolare, gli scontri frontali. Con Jeff Bezos, fondatore di Amazon, e con Apple. Quando la Mela si rifiutò di aprire una backdoor all'Fbi, impegnata nelle indagini sulla strage di San Bernardino, Trump invitò i suoi sostenitori a boicottare il gruppo guidato da Tim Cook. Il conflitto più acceso, però, è stato quello con Bezos. “Se verrò eletto, incontrerà parecchi problemi”, aveva minacciato l'allora candidato. Secondo Trump, il fondatore di Amazon aveva (tra le altre cose) acquistato il Washington Post per avere uno strumento di pressione politica e per pagare meno tasse. Bezos aveva risposto definendo il tycoon “un pericolo per la democrazia”. Più o meno le stesse parole utilizzate in una lettera aperta firmata (tra gli altri) dal fondatore di Apple Steve Wozniak: “Trump sarebbe un disastro per il mondo dell'innovazione”.

Il programma tech 

A provocare lo scollamento, oltre alle dichiarazioni, è stata la scelta di puntare il programma economico su business (come quello degli idrocarburi) distanti dal digitale.

Nel programma di Trump, l'unico punto esplicitamente rivolto al settore riguardava la cybersicurezza: l'allora candidato proponeva un “Cyber Review Team” che definisse un protocollo comune ad aziende e pubblica amministrazione. Prometteva di approfondire il tema ed, eventualmente, di dotarsi non solo di strumenti difensivi ma anche capaci di offendere.

Arrivato a Washington, Trump ha iniziato a valutare misure più corpose. Che, direttamente o indirettamente, potrebbero impattare sul mondo della tecnologia. Primo: le tasse. Diverse società che animano il mercato digitale hanno sede negli Stati Uniti e attività all'estero. Per questo, sarebbero molto coinvolte in una eventuale riforma fiscale. Trump intende penalizzare non soltanto la produzione ma anche i capitali detenuti oltreconfine. Mentre promette di concedere agevolazioni alle aziende locali. Secondo: i visti. Trump starebbe valutando la riforma dei permessi di lavoro temporaneo. Anche per le professioni altamente specializzate (i visti H1-B), che più interessano le tech company. L'idea sarebbe quella di rendere più difficile le assunzioni di cittadini stranieri, con l'obiettivo (a parità di ruolo e paga) di dare priorità a quelli americani.        

La distensione nella Trump Tower

Ben prima dell'insediamento, lo scorso dicembre, l'allora presidente eletto ha organizzato un incontro a New York, nella sua Trump Tower, con i manager dei maggiori gruppi tecnologici del Paese. Accanto a lui c'era Peter Thiel, fondatore di Paypal e uno dei pochi trumpiani digitali della prima ora. Al summit partecipano anche Tim Cook(Apple), Jeff Bezos(Amazon), Larry Page (Google), Satya Nadella (Microsoft), Sheryl Sandberg (coo di Facebook) ed Elon Musk (Tesla). Quest'ultimo sarà nominato, pochi giorni dopo, consigliere della presidenza. Trump afferma di voler sostenere il settore e di abbassare le tasse. Ma insiste sull'esigenza di riportare la produzione negli Stati Uniti. Un appello che non è caduto nel vuoto. Apple, proprio una delle aziende con le quali i rapporti erano stati più tesi, sta valutando (assieme alla fornitrice Foxconn) se spostare la fabbricazione dei display dalla Cina alla Pennsylvania. I rapporti sembrano normalizzarsi. Fino all'emissione del “Muslim Ban”.

 


Gli effetti del Muslim Ban

Trump ha vietato l'ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana. Il bando ha colpito non solo i nuovi ingressi ma anche chi era già in possesso di un visto (sospeso per tre mesi). Il provvedimento è stato sospeso dalla magistratura, ma resta lo strappo   con molte aziende tecnologiche. Mark Zuckerberg ha ricordato le proprie origini europee e quelle cino-vietnamite della moglie Priscilla. Il ceo di AirBnB, Brian Chesky, ha parlato di “provvedimento ingiusto” e messo a disposizione appartamenti gratuiti per i cittadini stranieri bloccati negli aeroporti a causa della legge. Microsoft sta fornendo assistenza legale gratuita. Lyft ha donato un milione di dollari alla American Civil Liberties Union. Non è solo questione di diritti civili. Per Uber e Google, il provvedimento ha significato un taglio improvviso dei lavoratori. La startup guidata da Travis Kalanick, ha parlato di “centinaia” di autisti bloccati oltreconfine. Google di 200 dipendenti. Per questo, entrambi hanno aperto il portafogli. Uber con un fondo da 3 milioni destinato ai lavoratori  e alle loro famiglie colpiti dal bando. Google con 4 milioni, in favore di American Civil Liberties Union, Immigrant Legal Resource Center, International Rescue Committee e Unhcr.